Il cerchio si chiude, ancora

Lasciamo la camera montanara in men che non si dica e uno splendido sole frizzante ci attende. Prendiamo qualche pan au chocolat per colazione, in una boulangerie del paese.

Accendiamo i motori e iniziamo a scendere. Pochi tornanti più a valle noto un distributore automatico di pizze aperto 24 ore su 24. Come se ti desse una lattina di coca cola, ma esce una margherita fumante. Mi faccio il segno della croce. Dove siamo capitati!

Prima del tunnel del Monte Bianco ci accoglie un po’ di coda. Mentre passo dalla prima alla seconda marcia e viceversa, osservo decine di parapendii scendere tra le alte montagne.

Facciamo pausa pranzo in Italia e io e la Ricciola ci degustiamo un macchiato. Dopo la ripartenza, mentre ci inoltriamo nella pianura padana, preso da un attacco di noia mortale, mi invento un test per calcolare precisamente la planarità delle autostrade italiche e fare un confronto con quelle nordiche. Lo chiamo il “Test dell’orso” (che si sposa perfettamente con il più famoso test dell’alce).

Quando guidavo a 110 km/h per le strade olandesi o belghe, riuscivo a far stare in equilibrio Orso & Orso (due pupazzi di plastica di Frenci e Richi che prendono vita ogni volta che raggiungo una autostrada per farli ridere) sul ciglio dello schermo del cruscotto, per qualche minuto: diciamo almeno 60 secondi. Sulle autostrade italiane, alla stessa velocità, dopo decine di tentativi, supero a malapena i 12 secondi. Il test dell’Orso non mente. Prendo coscienza del mio profondo disagio.

Arriviamo nella terra degli Este, in via Pitteri, dopo le 17.30. E anche questo bellissimo cerchio si chiude.

Provo sempre un misto di tristezza e malinconia, insieme a felicità e rilassamento quando finisce un viaggio e ritorno a casa, emozioni che riflettono la consapevolezza dell’esperienza che si è appena conclusa e delle nuove e vecchie routine che occuperanno le mie future giornate, un po’ allo stesso modo in cui ero prima di partire, e un po’ in un modo diverso.

Certamente rimarranno stampati a fuoco dentro di me i nostri sorrisi, i paesini di pescatori del mare del nord, le litigate con rappacificazioni immediate, lo scorrere della strada e il piacere della scoperta di luoghi, lingue, culture e modi di fare diversi dai nostri. La vita di Ulisse mi affascina da sempre. Viaggiare per me è uno stile di vita, come surfare, e ringrazio la mia famiglia per avermelo insegnato. Ora che sono io a insegnarlo ai miei figli, ne sono profondamente onorato.

Perché, come dice il mio mentore Niccolò Fabi, “alla giusta distanza la vista migliora, allontanarsi è conoscersi” e “un viaggio regala a ognuno la sua storia, io sono convinto che mi salverà, così come ogni ritorno ha la sua gloria, un altro cerchio che si chiuderà”.

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