Tra Castilla y Leon

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Apro gli occhi e mi rendo conto di aver maturato, durante la notte, due importanti convinzioni: la prima è che non sono certo di poter pasteggiare a tapas ancora per molto (anche se l’alternativa della morcilla non mi rasserena) e la seconda è che le Espadrilles sono le calzature definitive.

Dopo il check out facciamo colazione al cafè Ibanez con bollerias y cafè con leche e rimaniamo seduti al tavolino lungo il fresco e ombreggiato Paseo Espolon, leggendo e facendo fotografie ai passanti. Compro l’amicizia di un passerotto con briciole di raqueta.

Visitiamo la gotica e colorata cattedrale di Burgos. La città è piena di pellegrini. Torniamo a pranzo dalla nostra Favorita. Un signore fa le parole crociate sul quotidiano locale davanti ad un bicchiere di rosso. La morcilla non è niente male.

Il pizzicotto, che pensavo di zanzara, di ieri inizia a farmi male al polpaccio.

Riprendiamo la strada verso il Portogallo verso le 14.30: direzione Salamanca. La voce femminile di Waze in Spagna è brillante e caliente e ha l’ardire di Speedy Gonzales. Attraversiamo tutta la Castilla y Leon. Al nero, giallo e verde si aggiungono pennellate di rosso fra i campi di mulini a vento. Riusciamo a fare anche GPL nonostante il problema del diverso adattatore. La colonna sonora ci è gentilmente offerta da Melodia FM.

Dopo aver preso possesso della camera all’Hotel, ci prepariamo e andiamo in centro.

Salamanca è piena di giovani che fanno l’aperitivo, tutta rivestita di arenaria gialla, mi ricorda alcune città della Sicilia sudorientale. I palazzi e le chiese sono allo stesso tempo maestosi, massicci e possenti, ma anche finemente ricamati, ricchi di simboli misteriosi, belli al colore del tramonto, impossibili da fotografare per le strane disposizioni che permettono un visione d’insieme solo da più punti di vista.

Mi compro in farmacia una crema antistaminica per la puntura sul polpaccio, che si fa sempre più duro, gonfio e rosso.

Ceniamo a tapas (stiamo perdendo il controllo della questione) alla Meson Las Conchas e al Bambu e ci prendiamo un piatto di patatas bravas (miracolosamente trasformato in patate fritte, ketchup e maionese dal cameriere) al Don Mauro.

Per finire ci dividiamo “il mojito più buono di Salamanca” al Doze: una limonata. Me lo merito, è stato un po’ come pretendere di andare a bere della vodka buona ai Caraibi.

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