Faccio il viveur

Salto il diario di ieri perché mi sono solo rilassato. Finalmente una giornata di ozio e noia, normalità e banalità. Bagni in mare e cene sul terrazzo di casa, che in 14 giorni non abbiamo mai fatto.

Oggi invece la musica cambia. No, non la musica che mi fa sentire il nonno, che per me è come una droga, soprattutto se c’è la batteria, è solo un modo di dire.

Torniamo sulla strada, ma dopo il pisolino. La mattina la passo in spiaggia sotto casa. A fare danni.

Il viaggio di andata pomeridiano me lo dormo. Mi sveglio in un parcheggio, c’è un gran caldo. ma proprio un gran caldo.

Percorriamo la strada che guarda il mare. C’è così tanta gente che il mare non riesco a vederlo bene. ma c’era bisogno di venire qui?

Ci infiliamo in piccole strade di sassi piatti, vediamo negozi, bar e ristoranti come se il mondo dovesse finire domani e tutti volessero venderti qualcosa prima della campanella di fine corsa.

Ci sediamo in un tavolino di un bar nella grande piazza, dopo che, con il nonno, ho visitato la grande chiesa sopra la grande scala.

Mi scolo tutto il cocktail della nonna, che per fortuna è astemia.

Poi riprendiamo le stradine. Ci fermiamo in un altro tavolo, sulla strada, ma il pane con mozzarella e pomodoro che mi portano, o quello con mozzarelle e piccole strisce di pesce salatissime, non mi gustano.

Il Matu ad un certo punto sparisce con il fratellone e torna con due arancini. Così ceno anche io.

Resto sveglio fino alla notte. Andiamo a vedere il mare e le stelle e le barche e le luci della città. Vorrei tanto il latte, ma dobbiamo ancora tornare con la macchina, spero me lo diano arrivato a casa.

Che sia latte o che sia uova, non sarò comunque in grado di raccontarlo.

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