Lo so, quando sorrido sono splendido come Di Cabrio in “Il grande Gatti”. Ma che sia latte o che sia uovo, io sono qui a narrarvi di altre disavventure.
La giornata inizia alla Passeggiata degli innamorati, che, tolte le smancerie di Matu e Santissima, sarebbe anche un posto ganzo.
Mattinata nera. Voglia zero di andare in spiaggia, ma mi ci portano comunque, con la promessa di trovare nuovi paguri da lanciare in acqua, promessa non mantenuta.
Arrivati in spiaggia, una specie di inferno pieno di pazzi che urlano, appena ho contatto con l’acqua mi viene freddo, troppo vento, troppo sole, troppe urla, troppi schizzi, troppa sabbia. Troppo.
Vengo svegliato con una promessa: saremmo andati in un mare-piscina. Una specie di uova-latte, uno spazio general-generico dove tutto è possibile. Un po’ mare, un po’ piscina.
Vi dirò la verità, anche se questa parola ha un senso annebbiato per me.
Il Matu è smemorato: ha dimenticato a casa il cavo per caricare la macchina da scrivere che usa per fare questi miei racconti. Oltre ai costumi da bagno, come se avesse doluto preparare la valigia per andare in Antartide.
Il Matu è pigro: non ha avuto intenzione di scriverli con altri mezzi opzionali, per esempio il suo telefono, a parte il primo giorno senza macchina da scrivere.
Il Matu è pavido, potrebbe aver dimenticato a casa apposta il cavo per la macchina da scrivere per non sentirsi in dovere di farlo, per passare molti giorni in una bolla spazio-tempo al di fuori delle sue abitudini, delle sue stesse regole, delle sue stesse volontà, in sospeso, senza vincoli, per ascoltarsi meglio, come faccio io ogni secondo, senza aspettative, ma immergendo se stesso nel qui e ora, cosa che non sa più fare da diversi decenni. Neanche il mio esempio riesce a rinverdire questa sua innata capacità.