Mi sveglio alle 7.30, indosso pantaloncini, maglietta Decathlon, scarpe da runner ed esco. L’aria è frizzante, ma mi scaldo in fretta. Percorro il lungo canale, fino al parco dietro casa e lo attraverso tutto. Incrocio solo un altro runner (attempato) e diversi personaggi a spasso con il cane. Mi salutano tutti.
Più che una corsa è una escursione turistica fra i giardini che degradano dolcemente verso i canali delle belle ville della città.
Mi sveglio, faccio la doccia e mi attacco al cellulare. Digito il primo numero che mi hanno dato ieri al pronto soccorso dell’ospedale di Ede, in ordine cronologico. Mi risponde una voce femminile, gentile e simpatica. Gli spiego il mio problema in inglese e lei capisce al volo.
Tutto sembra andare liscio, pare ci sia un posto libero domani alle 10.45 per fare una lastra al piede di Frenci ed eventualmente toglierli il gesso. Dice che mi mette in attesa per darmi un appuntamento. Quando ritorna mi dice che Francesco non è inserito nel sistema dell’ospedale e mi passa una collega per farlo inserire. La collega mi passa un’altra collega, che mi passa un’altra collega, che mi passa un’altra collega che mi consiglia di passare per l’ospedale.
Frenci ha il gesso da quasi tre settimane e sta per scadere il termine previsto per un primo controllo e l’eventuale rimozione. Si è infortunato facendo skate con i bro al park della Darsena, di fianco a Mr. Ock. Ho sottovalutato la cosa e per più di quattro giorni abbiamo aspettato. Pensavo fosse una storta. Da ex infortunato non immaginavo si potesse camminare con la tibia rotta senza piangere, e invece. Come direbbe Orso, sono proprio un patacca.
Ad ogni modo siamo in viaggio da quattro giorni e ce ne mancano ancora 17, quindi non potremo tornare a Cona tanto in fretta e non abbiamo intenzione di far tenere il gesso a Frenci un giorno di più. Decine di parchini lo attendono. Scatta l'”operazione gesso”: dovremo toglierlo in Olanda.
Prendo in prestito il titolo di una vecchia canzone di Elton John, perché oggi è un giorno speciale del nostro viaggio: l’ultima bella tirata per raggiungere la nostra prima meta, l’Olanda. Ma dormiremo in Belgio. Ed Elton per me è sempre stato speciale. Comunque, meglio io vada per ordine. La scrittura creativa non è mai stata il mio forte.
Ci svegliamo verso le 8.00, vista convento medioevale di Turckheim, c’è il sole, suonano le campane e un passante porta a passeggio due cani, o forse il contrario. ” Bonjour”.
Mi sembra di vivere un’altro tempo, mentre carico le valigie nella macchina, parcheggiata nella stradina di ciottolato sotto casa, a doppio senso di marcia, ma larga a mala pena lo spazio necessario per far passare un mezzo, a fianco di case dall’aspetto piratesco, e mi aspetto di incontrare Adso da Melk da un momento all’altro. Un po’ come mi successe nel 2016 a Sobrado, lungo il Camino di Santiago del Norte.
Apro gli occhi alle 7.15 circa, dopo una bella dormita, in anticipo di quasi un’ora rispetto alla sveglia prevista. Sfrutto l’occasione per andare in bagno in santa pace e farmi una doccia terapeutica, alternando acqua calda e acqua fredda (e da queste parti è gelida, tipo torrente di montagna). L’idea è di partire in tempo per evitare code al traforo del San Bernardo.
In Val D’Aosta la pressione dell’acqua non è un problema. La doccia ha un getto così forte che bisogna usarlo con cautela, può causare dolore fisico: ci si potrebbe lavare l’auto, tipo lancia.
Chiudiamo le portiere dell’auto alle 10.30 circa, dopo la nostra colazione preferita: Bar San Giorgio.
Dirigiamo il mezzo verso sud, raggiungeremo Aosta per la “via bassa”, evitando il traffico previsto per zona Brennero, Milano e laghi.
Il viaggio scorre liscio, a parte qualche fisiologica bisticciata. Ho sistemato i pargoli con una super playlist a base di Simple Plan, Michael Jackson, Niccolò Fabi e Alanis Morrisette. Perfino Orso & Orso (due piccoli orsi di plastica, identici, se non consideriamo la sfumatura del colore, compagni di viaggio di Frenci e Richi) , se la spassano alla grande, ballando gran parte dei pezzi più movimentati.
Ho spuntato quasi tutte le attività della mia to do list per raccogliere tutto quello di cui avremo necessità e chiudere la casa nel migliore dei modi.
Mi bevo una Forst analcolica e mangio taralli giganti in giardino, tra le urla di Richi e Frenci per l’ennesima bisticciata fraterna.
L’auto è già carica.
Anche noi, nonostante qualche bega che risolveremo in viaggio.
Il viaggio è terapeutico.
Domani partiamo, per nuove mirabolanti avventure, ma per quali luoghi?