Il surf migliora la vista

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Sta diventando consuetudine la chiacchierata mattutina, durante la colazione al bar della Guest House, con un portoghese, originario di São Bartolomeu de Messines, che dice di aver vissuto in Italia e ora in Olanda, di parlare sei lingue, di essere in vacanza nel suo paese natale e di avere un figlio che sta a Roma: si diletta a fare da traduttore fra i clienti stranieri e la proprietaria del bar, che parla solo portoghese.

E’ ferragosto, le strade sono intasate e perdiamo un sacco di tempo cercando un GPL, prima di raggiungere la mia spiaggia preferita: Praia do Amado. Ripercorriamo la stradina tutta curve, fra i paesini, nel territorio selvaggio.  Ogni casetta bianca ha un suo nome e i contorni di porte e finestre sono colorati di blu, di giallo o di verde.

Oggi l’oceano mi dà un benvenuto energico: onde alte, fino a 2 metri. Fuori, al largo, ci sono anche i surfisti seri, ma anche loro vengono, talvolta, divorati dal mare. C’è pieno di gente in acqua. La maggior parte del tempo la perdo per risalire la risacca, al contrario di ieri che l’ho persa aspettando onde molto più piccole, solo sulla mia tavola, in mezzo all’oceano. Le onde, anche se molto più impetuose, sono sempre lente e lunghe e mi fanno divertire un sacco, per almeno tre ore.

Alle 17.00 è l’ora dell’aperitivo e non avendo pranzato granché ci facciamo birra e patatine fritte, seduti ad un tavolino del piccolo bar in cima al sentiero che parte dalla spiaggia, con vista oceano, osservando le persone risalire e i surfisti continuare a cercare l’onda, in controluce.

Il surf migliora la vista: sarà la fatica, o il contatto con gli elementi naturali, l’acqua fredda e il vento, o lo stato di meditazione che si raggiunge, anche non volendo, per l’andirivieni delle onde e il ripetersi delle stesse azioni per ore, nel tentativo di cavalcarle, o l’acqua salata che pulisce gli occhi… non so, ma, quando ho finito, tutto è più nitido, tridimensionale, i colori sono più brillanti, i contorni definiti e, soprattuto, non ho un pensiero in testa. Sono vuoto. D’altro canto, le pacche e i dolori per le restanti parti del corpo mi ricordano che dovrei fare più sport durante l’anno, ma so accontentarmi.

Torniamo e chiudiamo la giornata alla Guest House, prendendo possesso del tavolo prenotato la mattina, nel loro ristorante. Ordiniamo ostriche, polpo e carne con vongole, e, dopo cena, ci beviamo un Licor Beirão seduti al baretto, chiacchierando con il proprietario e i suoi amici che stanno facendo chiusura sorseggiando grappa locale.

Domani abbandoniamo l’Ovest e andiamo a Faro.

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