Le palle di Mozart

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Alzo la tenda oscurante temendo il peggio, ma un bel sole mi saluta, riscaldandomi. Non avendo la colazione inclusa, usciamo e ci dirigiamo in città per trovare un bar all’altezza. Le aspettative sono alte, nella città che ha fatto della pasticceria un suo business.

Riusciamo a trovare parcheggio lungo il fiume, essendo Domenica non si paga, e ci immergiamo nel centro storico. Salisburgo ci accoglie con eleganza. Facciamo colazione da Furst, la pasticceria che inventò le famose Palle di Mozart, cioccolatini sferici ripieni di marzapane al pistacchio.

Da quel momento scatta la maratona turistica, senza soluzione di continuità: l’acquisto della card di Salisburgo (che comprende ingressi a musei e mezzi pubblici) implica che più cose vediamo e più ci spostiamo, più la ammortizziamo. Venali.

Saliamo a Festung, la fortezza che domina la città dall’alto, con la funicolare. E’ una delle più grandi fortezze d’Europa, che si è conservata pressoché intatta. Visitiamo, fra le altre, la stanza delle torture e ci vengono i brividi: le pareti sembrano poter parlare per raccontare l’orrore che hanno visto nel tempo.

Scendiamo dalla fortezza e riprendiamo a camminare per il centro ordinato e accogliente, fra stradine, piazze, carrozze, turisti e chiese. Pranziamo, come a Innsbruck, in un My-Indigo, per purificarci un po’ dalla cucina austriaca.

Il pomeriggio lo passiamo a visitare le case-museo di Mozart, quella dove nacque e quella dove visse da adulto. Sono esposti, fra le altre cose, i suoi strumenti (violini, organi, forti-piano, clavicembali…), i suoi scritti, ed è possibile ascoltare la sua musica in alcune stanze, una delle quali ha dei computer con cui seguire lo spartito (scritto da lui e digitalizzato, si illumina nel punto in cui la sequenza musicale lo riguarda). Ascolto un’aria che compose all’età di 8 anni (iniziò a comporre prima dei sei anni); poi riconosco la sua “celeberrima” Sinfonia n. 29 in La Maggiore K 201 Allegro Moderato (grazie a Shazam). Mozart era un tipo interessante: si dice che a due anni riconobbe un sol diesis ascoltando un grugnito di un maiale e che a quattordici anni trascrisse perfettamente il Miserere di Gregorio Allegri dopo averlo ascoltato una sola volta. Leopold definiva suo figlio come “il miracolo che Dio ha fatto nascere a Salisburgo” e come dargli torto. Buona parte della città mangia e vive ancora grazie al suo nome e, in questo senso, le palle sono certamente il dolce più azzeccato per celebrarlo.

Il momento salutista, spuntino con cocomero e melone sulla riva del fiume, precede di poco il momento maialata in cui, dopo una birretta al M32, sul bel vedere del Museo Arte Moderna, al Cafè Mozart, mi spazzolo un due terzi abbondanti del dolce tipico di Salisburgo, il Nockerl (tre cupolette attaccate che rappresentano le tre colline di Salisburgo, fatte con 7 albumi e 2 tuorli). Esco dal locale che sembro fatto e mi viene mal di testa.

Torniamo in hotel, per rilassarci e prepararci per la parca cena (zuppa di patate e goulash condiviso), che consumiamo al Humboldt Stubn, proprio sotto le pareti rocciose del Monchsberg, un posto davvero suggestivo che mi ricorda le case, appoggiate alle bianche pareti, che vidi a Dover. Mi bevo un caffè per farmi passare il mal di testa da albume.

A Salisburgo, comunque, spero di tornarci presto.

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