Il raffreddore

Mi sveglio alle 6.00 per il latte e poi alle 8.00, ancora per il latte: doppia razione. Sembra che la vacanza metta appetito.

Quando tutti i ragaz sono svegli, poi, facciamo tutti insieme un’altra colazione sul terrazzo, con vista sul mare; non mi faccio mancare altri due biscotti e un po’ di mela. Sono tranzollo.

Tuttavia, pare che anche questa mattina starò con la mamma, mentre Matusa e il fratellone se la vogliono squagliare. Cosa avranno poi da fare da soli, non si capisce.

Io piango per tutta la fase di preparazione all’uscita di casa, perché vorrei dare il mio contributo, ma loro mi mollano sempre nel lettino, prigioniero del mio stesso giaciglio. Devastato dal dolore, mi rotolo fra le coperte e i miei giochi, in cerca di un perché.

A fine mattina, dalla terrazza, in braccio alla santa madre (sembriamo una natività), vedo tornare Matusa con figlio maggiore al seguito: salutano, io sorrido. Alla fine, non so perché, ma li adoro questi grandi.

Il fratellone arriva cantando per tutto il tempo la stessa canzone e continua per ore: poi dicono che sono io quello pesante e ripetitivo.

Racconta anche di un certo pesce di nome Bremi, che avrebbe incontrato nel mare e che è diventato suo amico. Sarà. Quando avrò la sua età anche io andrò al mare a farmi amici dei pesci. Secondo me sono ottimi ascoltatori, se hai bisogno di fare due chiacchiere.

Andiamo a mangiare al porto, dove le due cariatidi andavano con Frenci quando aveva la mia età e, secondo loro, io non ero ancora arrivato. Iniziano ad essere noiosi questi nostalgici.

La giornata comunque non passa senza intoppi. Non so proprio come, ma mi devo essere preso il raffreddore: non mi dà tregua per tutto il pomeriggio, mentre andiamo a fare la spesa, fino a sera. E io, che sono infastidito, non do tregua alla cumpa.

Matusa per tranquillizzarmi, verso sera, mi fa pure un concerto di maracas. Se la cava, lo osservo in silenzio. Finito il concerto riprendo con il lamento persistente.

Scopro a cena che, poi, non siamo andati molto lontani da casa, altrimenti come avremmo potuto incontrare i nonni, gli zii e la bella cuginetta Aida al ristorante? Mi diverto un sacco, finalmente in braccio ad altre persone.

Il raffreddore peggiora. La notte è un inferno. Per me, per la quella santa donna di mia mamma e, a tratti, anche per il Matusa. Comunque, alla fine, in un modo o nell’altro, io dormo. E anche il fratellone. I vecchi no.

Quando ci svegliamo Frenci dichiara che non vuole andare al mare, perciò, incredibile, che facciamo? Macchina.

Dopo aver preso i pannolini per tutti e due e il latte per me, pranziamo in una città grande e calda, con tutte le strade in salita. Il nome mi ricorda i sassi, ma non saprei ripeterlo.

Fa così caldo che non mi riscaldano nemmeno la pappa, è già calda.

Il fratellone cerca uno dei suoi soliti album di figurine in edicola.

Il Matusa armeggia con una strana cosa nera, con un lungo tubo, ci guarda dentro, schiaccia un bottone e sembra che mi spari, però non mi colpisce nulla. Io rido con il mio piede a penzoloni, fuori dal passeggino. Dice che fa delle foto. Non so, ma che sia latte o che sia uova, sembra particolarmente felice.

Nel pomeriggio resto ancora a casa con madre santissima, ma la sera ci raggiungono i nonni. Andiamo in un certo posto con la musica a mangiare pane sottile sottile, pane tondo col buco, formaggio e la mia pappa, ovviamente. Faccio il panico. Ballo, salto, rotolo sui divanetti.

Svengo.

Mi sveglio sulla strada di casa. E’ buio, non ho idea di cosa sia successo nel frattempo.

Saliti in casa, mi danno il latte e mi addormento ancora, mentre fuori si alza un vento fortissimo.

Speriamo sia una buona notte, questa notte.

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