Sardinian road trippin’

Il maestrale, così com’è arrivato, se n’è andato, senza avvisare.

Però, prima di scomparire nel nulla, ha ripulito un bel po’. L’aria è limpida, il mare blu blu e trasparente.

Annuso subito un caffè, guardando quell’immensità misteriosa, nel bar sotto casa. Il fatto che proprio non mi torna è che non si va in spiaggia, lo capisco perché Matusa non è addobbato come un albero di Natale.

Spero non ci sia un’altra spesa di mezzo.

Poco dopo aver preso la macchina, tuttavia, svengo, e come dicevo, mi sveglio che stanno facendo la spesa, i ragaz.

Tuttavia, la cosa dura poco e mi raccontano che mentre dormivo, si sono fermati a visitare non so quale roccia a forma di elefante e che il fratellone si è infilato dentro le sue grotte.

Grazie per vivere tutte queste mirabolanti avventure senza di me, davvero!

Poi mi dicono che oggi si farà una gita. Cos’è una gita?

Comunque, che sia latte o che sia uovo, pranziamo in casa: Matusa si ostina a vietarmi la birra nonostante i miei chiari segnali di acceso desiderio nei suoi confronti. Menagramo. Mi consolo con l’anima di cartone dello scottex, finché non mi scopre la santissima madre e me lo toglie.

Dopo il pranzo, ci mettiamo in macchina e io ovviamente svengo alla prima curva, all’uscita del paese. Tempo record.

Ad ogni modo, quando arriviamo, non sono proprio l’unico a dormire in macchina, a parte Matusa che deve guidare. La santa donna di mia madre e il fratellone ci danno dentro alla grande, con le bolle al naso proprio.

Andiamo a visitare un posto davvero strano. Ci sono montagne che finiscono nel mare, blu come la notte, sia a destra che a sinistra. Mi piace molto, ma non posso gattonare, quindi mangio. C’è una scala lungo lunga che arriva fino giù al mare, che non si vede, bisogna andarci e il fratellone ci vuole andare, ma sembra che a causa della poca agilità di Matusa, la cosa sia impraticabile e rinunciano.

Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo ad Alghero. Ho imparato in fretta il nome perché il vecchio si ostina a canticchiare un odioso motivetto su uno straniero, insopportabile. Mi mastico l’alluce per sopravvivere tutto il tempo in macchina.

La città è davvero mitica. Una strada grandissima con tante barche vicino ci fa entrare in un paese con tanti passaggi stretti e negozi e bar, poi si apre su un’altra strada grande grande che mi fa vedere tutto il grande mare. la percorriamo tutta.

E mi strega.

Quando ci fermiamo per la cena, dopo la mia mangiata, costringo Matusa a stare in piedi per tenermi sul muretto che guarda il grande mare. E’ fantastico, vedo il sole che va dietro le montagne che entrano in mare, gli scogli, gli uccelli, e indico tutto al vecchio, che intanto impara.

Poi tre persone si mettono a suonare non so quale bella musica e Matusa balla con me. Romantico.

Dopo il latte riprendiamo a camminare, svengo, ma ogni tanto mi ridesto e sento musica fortissima, gente che urla e tante luci, il fratellone carico come una scimmia che sale e scende da strane macchine volanti.

Poi più nulla.

Comunque bella ‘sta cosa della gita.

Il giorno dopo, mannaggia, ricominciamo con le solite abitudini. Al mattino spiaggia e mare, nel nostro paese.

Il vecchio ricomincia ad immaginare epiche gesta, che questa volta riguardano nuvoloni di pesci che lo circondano mentre nuota e una sogliola che lo guardava sospetta da sotto la sabbia. Mentre faccio il bagno con la santissima, poi, lui e il fratellone vanno agli scogli, il vecchio a nuoto, il giovane sulla tavola.

Nel pomeriggio ancora spiaggia, però restiamo fino a sera. Ci sono le onde ed è molto divertente per tutti.

La santa madre riesce a darmi la pappa nel bar della spiaggia, usando due palette di legno del caffè, sembra il maestro Miyagi, dice Matusa. Però intanto lei ci prova, invece di fare battute che non mi fanno ridere.

Quando torniamo a casa, la cumpa non ha ancora cenato, io posso andare a letto, loro si arrangeranno.

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