Di ostriche, vespe e corsari

La notte in un casa solitaria, alla periferia del nulla, in un luogo sconosciuto, con una architettura a piccoli tratti stregata, fa sempre il suo effetto. Comunque dormo.

La nostra dimora è fornita di macchina per il caffè americano, non espresso allungato con acqua, quello vero, per caduta. A colazione me ne faccio tre tazze e mangio abbondantemente, ho un piano.

Ci mettiamo in marcia con calma. Percorriamo strade di alti e bassi, discese e salite, dolci curve, fra paesini senza alcuna anima viva visibile, campi coltivati e pascoli con mucche a chiazze.

La giornata promette bene, c’è un bel sole e una temperatura mite, ma le promesse vanno poi mantenute.

Arriviamo a Saint-Malo verso le 12. La bella città portuale della Bretagna, circondata da alte pareti in granito, in passato fungeva da roccaforte per i corsari. Questi erano navigatori privati autorizzati da un governo (tramite la “lettera di corsa”) ad attaccare e depredare navi mercantili nemiche. A differenza dei pirati, che agivano per conto proprio ed erano fuorilegge universali (e profondi conoscitori del concetto di libertà), i corsari erano considerati combattenti legittimi e godevano di protezione giuridica.

Percorriamo le alte mura vista oceano fino alla spiaggia. Frenci e Richi giocano a tirare sassi e ad andare per scogli e io decido di partire all’attacco. Ostriche e sidro. Lo battezzo come il mio pranzo, ma non faccio i conti con la ciurma.

Dopo aver percorso a piedi il muretto che contiene la piscina naturale in mezzo all’oceano e aver fatto una passeggiata sugli scogli con i bimbi, ci dirigiamo all’interno per farli pranzare.

La scelta ricade sulle crepes per i nani. Io mi smezzo una galette al salmone con la Ricciola. Poi, come finale, mi smezzo anche (sempre con la Ricciola) il dolce tipico bretone, kouing amann (letteralmente dolce al burro) che solo a vederlo capisci di avere le ore contate.

Passiamo l’ultima mezz’ora divisi, fra shopping (Ricciola) e sgambata bimbi al parco (io). Poi riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso Le Mont-Saint-Michel (comune di 33 abitanti noto anche per essere un’isola tidale, ossia un’isola che viene unita da una lingua di sabbia, che emerge e scompare a seconda delle maree, alla terraferma). Il piano è arrivare verso la 17.00 per la bassa marea e poi attendere tramonto e alta marea.

Mentre percorro la strada sopraelevata che porta alla cittadina arroccata, inizio a sentire strani malesseri allo stomaco. Penso subito alle ostriche, ma è la galette che mi torna su, e la sua stramaledetta salsa francese. A questo punto il colpevole non conta, inizio a odiare la salita che sto facendo e tutte quelle maledette persone che mi ronzano attorno, quindi decido di andare a risolverla come farebbe un corsaro che ha bevuto troppo grog, in un anfratto solitario (perché al bagno non riesco ad andarci, sono sprovvisto di euro cash).

La ciurma mi raggiunge e dopo un’altra passeggiata sugli scogli decidiamo di andare a far cenare i ragazzi; nel frattempo sono arrivate le 19.00 e vogliamo gustarci la marea che non attende i nostri comodi. Torniamo con la navetta alla diga e troviamo un ristorante. Io e la Ricciola restiamo a digiuno, ma a fine pasto tento un timido approccio al petto di pollo avanzato dai ragazzi, al pane e ad una Coca. Tutto sembra essere tornato normale, anche se la fame non è pervenuta.

Torniamo alla spiaggia e stiamo più di due ore a correre dietro e a farci correre dietro dall’acqua, che risale spedita e circonda la bellissima roccaforte a gran velocità. Ci gustiamo il tramonto cristallino e mozzafiato e facciamo decine di foto. Mi sento alla grande e mi godo quello che prima mi era sembrato un calvario.

Partiamo per tornare alla nostra casa poco prima delle 23 e arriviamo a casa poco prima di mezzanotte.

La giornata sembra finita, ma, durante il tentativo di chiudere gli scuri, due vespe di dimensioni abnormi entrano nella camera dei piccoli per darsi battaglia, come due gloriosi pirati. Entro nella stanza e chiudo la porta. Armato di canottiera di Richi cerco di farle fuori, ma inizialmente non riesco ad averle sotto tiro, scelgono di lottare all’interno del lampadario della stanza e una ci rimane secca, dopo una infilzata di pungiglione mortale. Capisco che sarà una lunga battaglia. Cerco di fare uscire l’altra dal lampadario con ripetute sollecitazioni e quando ci riesco lo scontro è fra me e lei. Ci metto almeno cinque canottierate e quattro ciabattate (arma recuperata dall’ammiraglio Ricciola) per farla fuori. Un osso duro.

L’altra è ancora stecchita all’interno del lampadario, non riesco a prenderla.

Giornata memorabile e interessante. Domani ci rimettiamo in marcia.

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