Diciassettemila passi a Bordeaux

Mi sveglio alle dieci, acciaccato. La Ricciola legge da un po’. I bimbi mi vengono a trovare nel letto, poi facciamo colazione in casa. Usciamo per andare a visitare la città, verso le undici.

Parcheggiamo in un multipiano sotterraneo a ridosso del centro e cerchiamo l’ufficio del turismo. A Bordeaux hanno organizzato una specie di caccia al tesoro. Ti danno un libercolo in cui è indicato un itinerario a piedi per visitare tutti i luoghi degni di nota, per ogni meta c’è un enigma da risolvere.

Fino alle tredici giriamo le vie tra il quartiere Saint Pierre e la cattedrale. La città resta interessante, ma non mi conquista fino in fondo. Alcune aree sono più degradate e sottotono. Probabilmente la parte migliore l’avevamo già incontrata i giorni scorsi.

Pranziamo in una catena di hamburger locale, Colette. Mi accoglie con Brown Eyed Girl di Van Morrison, che ho conosciuto leggendo il libro “Giorni selvaggi. Una vita sulle onde” di William Finnegan. Lo prendo come un segno.

Io, Frenci e Richi con la panza piena saliamo il campanile di Saint-Michel (noto come Flèche Saint-Michel), un capolavoro gotico alto cento e quattordici metri, situato nel cuore dell’omonimo quartiere. Ci mangiamo anche tutti i suoi duecentotrenta scalini, per gustarci la vista panoramica su Bordeaux. Arriviamo col fiatone. Ci vorrebbe un digestivo, Richi è orgoglioso della sua prestazione atletica e fa video di presentazione della città dall’alto, Frenci fa foto tra i fori decorati in stile gotico del muretto di protezione.

Nella piazza della cattedrale primaziale di Sant’Andrea abbiamo un incontro ravvicinato del terzo tipo con un signore di dubbia presenza mentale, che interloquiva con noi un po’ in francese e un po’ in tedesco, fino a quando due signori madrelingua non l’hanno allontanato fra vari alterchi reciproci che non capivo, ma intuivo. In effetti a Bordeaux c’è un po’ di disagio.

Poi inizia la rassegna della Ricciola intitolata “C’è un altro dolce tipico”. Ci mangiamo nell’ordine e nel tempo record di trentaquattro minuti e quindici secondi un mochi giapponese allo yuzu (no, questo non era tipico ed è stata una mia richiesta di cui mi sono pentito), un canelé (una specie di chewing-gum di crosta caramellata e croccante che racchiude un cuore morbido e aromatico), una dune blanche (un piccolo bignè ricoperto di granella di zucchero e ripieno di una crema tipo chantilly) e alla fine (sempre per colpa mia) un churro con nutella comprato sotto la ruota panoramica sul lungo fiume di Bordeaux. Nel mezzo, una visita alla più grande libreria indipendente di Francia, un labirinto inestricabile di stanze stracolme di libri.

Verso le diciassette diamo sfogo ai nostri marmocchi e li portiamo al miroir d’eau, una vasca riflettente che si estende su una superficie di oltre tremila metri quadrati, situato sulla banchina della Garonna, di fronte a Place de la Bourse. Il suo scopo sarebbe quello di fare foto artistiche con il riflesso dell’acqua, ma i bambini, compresi i nostri, ci vedono più una piscina molto bassa. Iniziano a sguazzare come anatre e tornano fradici dalla testa ai piedi, ma avevamo portato previdentemente il cambio.

Così finiamo la nostra giornata gustandoci un aperitivo a base di Lillet Tonic da Chez Fred, un locale tipico dei bordolesi, nella deliziosa piazzetta Place du Palais. Io ho così sete che per evitare di bermelo in tre secondi finisco prima la borraccia di acqua della Ricciola e “assaggio” le due acque aromatizzate di Frenci e Richi.

Domani riprendiamo la via del ritorno.

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