Il marinaio di acqua dolce

Chiedo il latte insolitamente tardi: tutta quell’acqua stanca, parecchio.

Il Matusa mi porta fuori, sul terrazzo, e rivedo tutta quella vastità (del ciuccio che me ne frega).

Mi guardo intorno, la cumpa si è sistemata, usciamo e ci fermiamo per un caffè. Lo annuso dalla tazzina, lo sposto violentemente con la mano: decisamente sotto la media.

Attorno a me ci sono parecchi tavoli e come sempre mi faccio gli affari loro: un tipo con una maglietta rossa poco credibile, fa il provolone (in modo non professionale) con una ragazza, e mangia e beve come si addice ad uno di nove mesi (cioè come se non ci fosse un domani). Mentre lo guardo con aria di sufficienza, mi gratto le gengive con i miei giochi di plastica.

Mi riportano dall’acqua. Non mi ci trovo. Se mi mettono dentro gli faccio capire che tutte quelle onde non fanno per me, se mi mettono per terra, la sabbia mi infastidisce. L’acqua è troppo fredda e l’aria mi stressa. Non so dove stare.

Piango.

Non voglio neanche più mangiarmi la sabbia.

Io sono un marinaio di acqua dolce. Adoro la calma piatta. Ho per caso scritto in fronte che amo l’avventura? No: voglio una bacinella d’acqua, stop.

Ad ogni modo, grazie al mio lamento persistente (sono un maestro ineguagliabile in questo), i ragaz capiscono e battono in ritirata e la santa donna di mia madre mi porta con lei.

Mollo Matusa e fratellone da soli. Se la caveranno?

Comunque alla mia mamma non credo piaccia il mare, non ci entra mai. Credo sia contenta di avere una spalla come me. Una garanzia.

A pranzo borbotto come un grande. Non taccio nemmeno quando mangio. Il Matusa, propio lui, ha il coraggio di prendermi in giro e mi chiama Benjamin Button, o qualcosa del genere. Dice che sembro un nonno perché ho solo quattro denti. Ha il capire di un biberon vuoto.

Comunque, siccome io mangio prima di loro e poi mi tocca guardarli mentre si strafogano di tutto, divento una tassa. Il mio lamento persistente viene buono per pretendere tutto quello che c’è sulla tavola, pezzi di pane carasau, formaggi, frutta. Non li lascio mangiare.

Io frusto e loro mi offrono beni come fossi il capo. Io sono il capo. Schiavi.

Per fortuna c’è il mio fratellone che cerca sempre di farmi ridere, quando è in buona. Quando non lo è, stressa pure lui e io lo smanazzo per chiarire subito i ruoli. Col fatto che sono piccolo lui è sempre in scacco.

Dopo la dormita pomeridiana, torniamo dall’acqua. Oggi proprio non va, non mi sento a mio agio. Però, quando mi portano a mangiare mentre il sole rosso scende, è davvero gagliardo. Il mio fratellone balla come un matto alla musica del locale e io rido come un matto. Tra l’atro i taralli meritano davvero. E mi stimolano anche: cerco sempre di abbellire i momenti conviviali con i miei bisogni più intimi.

Il giorno dopo sto con la santa madre in casa. Hanno capito che la spiaggia al momento non fa per me? Non li faccio così svegli, probabilmente ci sono dietro altri motivi.

A pranzo scopro i culurgiones, ne vado ghiotto: sfinisco il Matusa che fatica a mangiare il suo piatto, perché tra una forchettata e l’altra ci sono io. A panza piena ricomincio a borbottare, così, a vanvera, ci ho preso davvero gusto. Loro mi imitano, ma non sono bravi come me.

Al pomeriggio ho la mia rivincita.

I ragaz capiscono il mio linguaggio e finalmente comprano una specie di vasca, ma sembra più una barca, la chiamano canotto. Comunque, che sia latte o che sia uovo, prima la usano per portarmi dentro l’immensità dell’acqua e io ci sguazzo proprio, non per dire, sbatto le mani nell’acqua e sguazzo. Poi la riempiono di acqua e mi fanno giocare fermo sulla riva.

Da oggi sono un marinaio. Di acqua salata.

Tra l’altro buonissima.

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