Il re della cantina

Poco dopo la sveglia, saliamo in macchina.

Matusa ci porta in una casa dove c’è una tipa che racconta un sacco di storie su roba da bere, credo riguardi l’uva. Mai assaggiata quella brodaglia, non ha un buon profumo come la birra, ma pare riscuota un discreto successo con mio padre, e non solo.

In questo posto che si chiama cantina, ci sono anche la zia, Pi, e la mia bella cuginetta Aida, che se la spassa con il fratellone e mi nota solo poche volte per vedere se e come mangio.

Comunque, che sia latte o che sia uovo, io un posto così vuoto non l’avevo mai visto.

Un pavimento infinito, tavoli e sedie vuote, un giardino vuoto, bellissimo. E, in fondo in fondo, il mare, la mia preoccupazione.

Comunque, la cosa grandiosa e che mi mollano a terra.

Sono il re della cantina, cerco di comunicarlo alla signorina.

Parto. Gattono come se non ci fosse un domani. Mi trovano arrampicato su un mobile in cerca di prede. Il Matusa interviene, mi solleva e mi rimette al punto di partenza, senza passare dal via.

Comunque la festa dura poco. Qualche bicchiere.

Poi si riparte con la macchina e andiamo a mangiare in un barboso ristorante: io, sempre sul passeggino, cerco di attirare l’attenzione di una tipa che porta le cose ai tavoli, ma senza successo. Il mio sorriso non è più smagliante e il mio saluto non è performante.

Mi consolo con del pane carasau. Ottimo.

Il pomeriggio lo passiamo in casa, addosso al Matusa. Io e il fratellone lo assaliamo come la diligenza, lui steso a terra, è il nostro bottino. Io cerco di mangiargli anche il naso, ma lui si dimena. Ride. Anche io.

Poi, faccio sbellicare dalla risate il mio fratellone con un tappo rosso del latte. Lo prendo tra i denti in modo che mi copra il naso. Mi chiama pagliaccio e ride. Io divento un esperto e lo rifaccio a chiamata. Spero sganci dei soldi prima o poi. Lo spettacolo va pagato agli artisti.

Faccio anche un nuovo verso, tipo caffettiera di un film di paura. Fa sempre parte del repertorio del mio spettacolo per i grandi. Quanto si divertono, gratis.

Il giorno dopo ritorniamo in spiaggia. Io sono titubante. Le volte precedenti sono state un fallimento e ho il timore che si ripeta lo stesso copione: io che strippo.

Ma è proprio quando non te lo aspetti che le cose cambiano. Da marinaio d’acqua dolce, mi trasformo in lupo di mare.

Il Matusa, a cui va dato il merito di non aver mai dubitato della mia capacità, mi tiene, all’inizio, sulle sue ginocchia, proprio sul mare. Ci sono onde altissime che mi fanno ridere dalla paura. Ma in braccio al vecchio mi sento al sicuro. Me le fa toccare solo con i piedi.

Poi prova a rimettermi sulla sabbia. Io resto fermo. Non la mangio. Gattono. Non so proprio com’è, ma mi risulta finalmente familiare. Tutti esultano. Si rallegrano e fanno foto.

Sono un eroe.

Gattono per tutta la spiaggia e mi butto pure in mare. Non temo più nulla.

Matusa ogni tanto si fa un’onda con la sua nuova tavola, poverino.

La mamma e Frenci mi fanno giocare.

La sera la passiamo a fare gli auguri alla mia bella cuginetta Aida. Mi portano in un posto lontanissimo e mi rifilano un ciuccio che non ho mia visto. Credo che la scenata se la ricorderanno per gli anni a venire.

Il posto è molto bello, ci sono le montagne, addirittura due cani che saluto prontamente con la mano e un sacco di alberi. Ma niente mare.

Proprio adesso che ci avevo preso gusto.

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