Miracoli a Zagabria

Ce la prendiamo con molta calma e arriviamo in centro verso le 11.30. C’è un gran bel sole. La città è gremita di gente che cammina sui marciapiedi, attraversa le strade o beve caffè nei tavolini dei bar, all’aperto. Molti buskers suonano per le vie, anche senza un Festival dedicato.

Visitiamo la cattedrale gotica e bianca, che punta le sue torri alte verso il cielo, dedicata all’assunzione di Maria, con un giorno di ritardo. Ma la cultura e la religione oggi non ci appartengono e optiamo per perderci in Tkalciceva, la strada dei bar e dei locali. E’ già piena di gente, anche se sono solo le 12.30.

Noto la particolare usanza locale di parcheggiare i mezzi per carico/scarico al centro della carreggiata delle strade, cosa che fa uscire di senno i turisti stranieri avventuratisi con l’automobile, soprattuto tedeschi.

Facciamo una leggera pausa pranzo da Bulldog, dove assaggio un’ottima birra autoprodotta e non filtrata. L’Ale si confessa e dice di sentirsi come il Mago Oronzo. Convengo con lei che le dimensioni della pancia possono trarre in inganno, in effetti, ma che lei ha molto più stile.

Dopo essere passati per la camera a rinfrescarci, andiamo a visitare la città vecchia, posta su un colle. Incrociamo e vediamo all’opera il famigerato lampionaio, che gira per le strade con un motorino e accende tutti i lampioni a gas all’imbrunire, come si faceva una volta. Passiamo dalla chiesa di San Marco e ammiriamo il famoso tetto, dalla Porta di Pietra (meta di pellegrinaggio per molti fedeli che vengono a pregare nel luogo in cui il dipinto della Madonna rimase miracolosamente intatto durante il grande incendio del 1731) e dalla statua di San Giorgio e il Drago, che, prima o poi, incontro sempre nei miei viaggi.

Facciamo un aperitivo da Pivnica Mali Medo mentre un chitarrista alla finestra del primo piano intona ballate moderne e osserviamo il passeggio. Ceniamo con classe al ristorante ManO. La torta di mele finale è un piccolo miracolo: il suo sapore mi ricorda esattamente quello delle torte di mele che mi faceva mia nonna, la Fedora detta Ioia, rettangolari, alte, nella padellona di latta. E mi sento un po’ Ego, in estasi mistica con la ratatouille.

Domani terminiamo il viaggio itinerante a Pjescana Uvala. Ci attendono sole, relax, sup e molte palacinka.

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