Il sabato del villaggio

Esco alle otto per una corsa, necessaria per mantenere un minimo l’allenamento guadagnato in questi mesi di preparazione per la maratona, prevista a Ferrara nel febbraio 2027. Ho quasi cinquant’anni, non è uno scherzo. Prendo il sentiero sterrato costiero verso sud-est. Salgo scalinate e scendo alla spiaggia successiva (Plage de la Courance).

Sono solo, io e l’oceano piatto e beffardo. Ma è bellissimo. Probabilmente la più bella corsa della mia vita, direbbe Gianlu. Riprendo verso nord ovest e percorro il resto del sentiero in senso contrario, superando il paese. Decine di ville bretoni sono a strapiombo sull’acqua. Incontro due runner, quattro persone che accompagnano i loro cani per la passeggiata mattutina e cinque pescatori, tre dagli scogli e due su imbarcazione. Che pace.

Al mio rientro Richi sta disegnando, la Ricciola legge e Frenci dorme ancora: lo lasciamo dormire ancora un po’. Ha una leggera alterazione.

Dopo la colazione tardiva, passiamo il resto della mattinata a fare la spesa al supermercato più vicino, poi torniamo a casa per preparare il pranzo. Digeriamo leggendo, mentre i bimbi si guardano un cartone. Io continuo con coraggio “La leggenda della morte” di Anatole Le Braz, per cercare di identificare i tratti della cultura celtica in Bretagna; nel frattempo mi impegno anche a conoscere musicalmente Guccini praticamente per la prima volta. Non è mai stato il mio genere, i suoi testi appartengono ad un epoca e a temi più vicini ai miei genitori e in casa mia non si ascoltava. Ed è vero che quando si parte per il viaggio più incognito, una sorta di paranoica curiosità di identificare il motivo del successo di una persona pervade chi rimane e non l’ha già conosciuta. Inizio da “L’Avvelenata”.

Nel frattempo, dal balcone in cui mi trovo, assorto in pensieri premonitori di fine vita, per colpa delle mie letture e del pensiero rivolto al cantautore non prematuramente scomparso, osservo il paese che inizia a risorgere dalla sua tranquillità e operoso prepara la “grande soirée”. Aprono le giostre, il passeggio aumenta, le bancarelle vengono posizionate ai bordi della strada. Odore di zucchero filato. Molti si incamminano verso la spiaggia.

Verso le quattro e mezza porto la ciurma a vedere un parchino nuovo, vista oceano, che ho incontrato stamattina durante il mio allenamento. Ci sono quattro uomini e una coppia che si sfidano a bocce: pare essere una delle attività preferite qua nella zona Nord Ovest della Francia, oltre che a Bellaria – Igea Marina.

Poi vado con Frenci e Richi a fare una ricognizione sugli scogli, in cerca di cozze e granchi, prima di prepararci per andare a mangiare la pizza. Il ristorante di fianco casa non prende prenotazioni di tavoli, quindi giochiamo di anticipo sull’orario. In ogni caso Richi mi confida che ha già fame e quando me lo dice sono le diciotto e trenta.

Pronti a puntino, osserviamo dal terrazzo la pizzeria, è ancora vuota alle diciannove e trenta. Ci facciamo una birra, mentre controlliamo la situa.

Verso le venti prendiamo posto. Probabilmente è la pizza peggiore che abbia mangiato dopo quella di Pizza Hut del duemila a Valencia. Nel frattempo una marea di persone si riversa in spiaggia e nelle zone limitrofi. Probabilmente iniziano a prendere posto per lo spettacolo dei fuochi artificiali che inizia alle ventitré.

Risaliamo la strada che porta fuori dal paese, nella piazza hanno allestito un specie di sagra. Prendiamo birra e crepe e facciamo ballare i bambini ritmati dal sound ispanico-maranza che suona il deejay. Poi, dopo un po’ di giri sulle giostre, ci posizioniamo sulla spiaggia. Incredibile, migliaia di persone hanno riempito uno spazio che per me era infinito. Ogni angolo è occupato. Saranno venuti certamente anche da Saint Nazaire e zone limitrofe. Mi ricorda la situazione che ho visto il quattro luglio del 1994 a San Francisco, sulla baia. Tutti a vedere lo spettacolo pirotecnico.

I fuochi sono sempre una incedibile esperienza per i bambini, rimangono estasiati. Torniamo a casa e ci mettiamo a letto, ma a mezzanotte e quarantuno la musica è ancora molto alta.

Scrivo un paio di messaggi a Dragan, caro amico croato che dedica la sua vita a rendere speciali i momenti di villeggiatura di italiani all’estero, e si è pure comprato una moto, come John Holmes (o Batman).

Il sabato del villaggio non è ancora finito.

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