Alla ricerca dell’onda perduta

Ieri mattina, senza aver puntato la sveglia, mi rapisce dal sonno la voce di Barry White. C’è il mercato lungo la nostra strada, le giostre girano già e un mare di gente sale e scende lungo la via. Sembra quasi che non siano neanche andati a letto, dalla serata di festa del giorno prima.

Per il resto, la giornata è una tipica domenica di relax al mare. Spiaggia, pranzo in casa, spiaggia, scogli, foto, giochi con racchette, e secchielli, aperitivo al tramonto con piano bar anni ottanta, cena picnic in spiaggia e ancora scogli, sempre sotto l’occhio vigile di Monsieur Hulot, che guarda il mare dalla piazza sull’oceano, con le mani dietro i fianchi e la pipa in bocca.

Stamattina, invece la sveglia suona. Windy, l’app che utilizzo per cercare le onde, prevede circa mezzo metro e la località più esposta a circa trenta minuti da noi è Batz-Sur-Mer. Non è certo granché, ma rispetto al mare piatto spero almeno di fare un po’ di bodysurf con i bambini. Magari, con un po’ di fortuna, faccio fare anche un bagnetto alla mia 500 Hybrid 8’ Olaian che attende da ottobre 2025.

Partiamo verso le dieci e trenta. Mi aspetta vento buono da terra, ma purtroppo bassa marea. Passiamo su un ampio territorio di saline e, attraversando il paese, osserviamo le deliziose case in stile bretone. Arriviamo alla bella spiaggia e prendiamo posto, dopo aver notato bomboloni giganti nell’unico bar vista oceano.

Arrivano onde interessanti in serie da quattro e un periodo di cinque o sei, ma purtroppo la bassa marea le fa crescere vicino all bagnasciuga. Prendono energia in pochi metri e schiacciano giù, contro la sabbia. Ne prendiamo qualcuna io e Frenci con la tavolina, ma poi ci stanchiamo,

Anche oggi, niente surfata. A questo punto mi rimane solo la costa di Bordeaux, perché anche domani la situazione è la medesima di questi giorni. Aveva ragione il proprietario del ristorante che ho conosciuto all’arrivo, quando mi sono riempito di cozze. Qua si surfa solo d’inverno, disse. Da inguaribile ottimista, non gli avevo creduto. Mi sembra di essere William Finnegan in “Giorni selvaggi”, quando da giovane cerca le onde migliori del Far East con grandissima fatica.

Nel frattempo Frenci palleggia centinaia di volte con racchetta e pallina, Richi lava i sassi dentro il secchiello e la Ricciola legge. E io che, pensando finalmente di aver qualcos’altro di meglio da fare, ho lasciato a casa anche la macchina fotografica… Maledetto ottimista.

Proviamo a fare un giro sugli scogli, ma il fetore delle alghe, bloccate nelle baie per la bassa marea, è troppo forte, e lasciamo stare.

Nel frattempo la spiaggia si è riempita, sembra la Romagna, e il caldo è aumentato. Non sono più abituato a tutto questo e mi sento a disagio, voglio solitudine e malinconia, frescura. Sono vecchio.

Ci prendiamo un gelato, riprendiamo la macchina (con la tavola sul tettuccio) e torniamo a Saint-Marc-Sur-Mer, alla nostra spiaggia, con larghi spazi, poca gente, scogli degni di questo nome, e Le Phil Good, l’unico bar vicino al mare che non avevamo ancora provato e che questa sera ci ospita per l’aperitivo.

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